In un periodo nel quale, purtroppo, riscontriamo quotidianamente episodi di violenza familiare, la Suprema Corte è recentemente tornata (provvedimento n. 35249 de18.12.2023), e con forza, su un principio già consolidato illo tempore con l’ordinanza n. 27324/2022. Nello specifico, un uomo ha presentato ricorso per Cassazione avverso la sentenza della Corte di Appello di Catanzaro che ha dichiarato la separazione giudiziale dal coniuge, respingendo la domanda del marito di addebito ed anzi accogliendo quella della moglie per condotta violenta ed aggressiva subita dal coniuge. I legali dell’uomo hanno sostenuto che la motivazione dei giudici del Tribunale era insufficiente e contraddittoria circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio in relazione al principio del giusto processo ed alla violazione del contraddittorio. Il ricorrente ha, infatti, lamentato che la Corte d’Appello aveva erroneamente confermato l’addebito della separazione senza valutare se le violenze fisiche e morali risultanti dall’istruttoria avessero i requisiti di efficienza causale rispetto all’irreversibile crisi coniugale; secondo il ricorrente è emerso che le violenze erano avvenute nell’ambito di un rapporto già logoro per altre ragioni e sarebbero, quindi, state ininfluenti ed irrilevanti rispetto alla decisione di porre fine al matrimonio.
D’altro canto è stato invece provato che l’uomo, in più occasioni peraltro, fosse risultato violento ed aggressivo, arrivando a puntare e brandire un coltello verso la donna, chiedendole anche soldi: circostanze queste dichiarate da uno dei figli e riscontrate dalla testimonianza di un teste estraneo alla vicenda che riferiva di aver accompagnato la donna al Pronto Soccorso per farla curare a seguito di percosse subite dal marito. Sulla base di tali accertamenti, dunque, secondo gli Ermellini bene hanno fatto i giudici di merito ad uniformarsi alla costante giurisprudenza “per la quale le reiterate violenze fisiche e morali costituiscono violazioni talmente gravi dei doveri nascenti dal matrimonio da fondare, di per sé sole, non solo la pronuncia di separazione personale, in quanto cause determinanti la intollerabilità della convivenza, ma anche la dichiarazione della suo addebito all’autore di esse”. Ed ancora scrivono i giudici che “il loro accertamento esonera il giudice di merito dal dovere di procedere alla comparazione, ai fini dell’adozione delle relative pronunce, col comportamento del coniuge che sia vittima delle violenze, trattandosi di atti che, in ragione della loro estrema gravità, sono comparabili solo con comportamenti omogenei”. Sul punto, infine, nulla provavano le dichiarazioni di un’altra teste (chiamata dal marito) secondo la quale i coniugi non avevano mai avuto un’intesa serena e che ci fosse sempre qualcosa che non andava bene all’uno o all’altra: tale circostanza, infatti, non ha dimostrato alcuna condotta omogenea a quella delle aggressioni violente, oltre ad essere testimonianza essenzialmente valutativa. Per tali ragioni, la Suprema Corte non ha potuto far altro che confermare quanto deciso dai giudici di merito.